Mentre leggo queste poesie di Michele Caccamo mi viene incontro un’immagine medievale della Morte raffigurata come uno scheletro che gioca su una scacchiera una partita con l’Uomo. Un’immagine che ho vista di nuovo in una celebre sequenza di un film di Bergman, credo Il Settimo Sigillo. Una simile partita gioca, usando come pedine i suoi versi, Michele Caccamo, e la sua abilità di giocatore riesce a tener testa fin che può alla sua terribile avversaria e ad allontanarne la sicura vittoria finale. Il gioco richiede non solo conoscenza delle regole e delle strategie che ogni bravo giocatore deve sapere, ma una capacità di astrazione che si cala nelle parole e nei versi, nello spazio bianco che lo racchiude, negli a capo che li limitano. Solo una grande fiducia nel potere della poesia può dare il coraggio necessario per consentire lo svolgersi di questa partita con la Morte. Ciò non toglie che, mentre la partita avviene, dubbio e tormento, vaghi accenni di luce e di speranza – e, infine, di combattuta religiosità – si presentano come un brivido che attraversa questa poesia “scabra ed essenziale” – e non barocca, come nella migliore tradizione letteraria avviene quando il tema è la Morte. Qui gli accostamenti, le cesure, le metafore, sono nude e ardite, hanno un taglio moderno, novecentesco, a volte sono ermetiche nella loro estrema concisione. E una insopprimibile malinconia, una rarefatta malinconia metafisica, ci arriva come una musica nascosta.
Raffaele La Capria (Prefazione a La stessa vertigine, la stessa bocca)
Ho letto, e fatto leggere, le poesie di Michele Caccamo. Le ho apprezzate, per il linguaggio mai banale e per la tematica religioso-esistenziale così difforme dalle regole, per così dire, dall’ufficialità.
Nanda Pivano
La solitudine di oggi non è come la solitudine di trenta anni fa. Ricordo che c’era nell’aria come la presenza di tanti altri uomini soli a cui ci univa la speranza. Diceva un mio amico pittore, Eugenio Tomiolo, «Io non sono mai solo, sono con Dio». La speranza di tutti è come Dio: occorre meritarla. Forse per questo oggi siamo abbandonati da Dio e dalla speranza. «Esco dalla guardia di Dio, e muoio», dice un verso di Michele Caccamo che pubblica questo suo primo libro di poesie col titolo La stessa vertigine, la stessa bocca. Nato nel 1959 a Taurianova in Calabria, Caccamo si è occupato finora di teatro. Un altro suo verso attesta le mie parole iniziali: «Con nessuno dividiamo la morte». La sua è una poesia di calma disperazione, forse troppo dichiarativa, ma efficace.
Franco Loi (da “Il Sole 24 ore”, 29.01.2006)
Il suo estro è violento, ma la sua disperazione nasconde dolcezza. A me le poesie di Michele Caccamo piacciono.
Luca Canali
Michele Caccamo possiede una forte identità poetica sia per ciò che riguarda la strutturazione del registro e del timbro nei suoi versi, sia per l’aspetto strettamente legato al senso del fare poetico. Oggi come oggi è difficile scovare tra le novità editoriali nell’ambito della Poesia, produzioni di qualità, vuoi per un eccesso di produzione in tal senso (oggi si pubblica veramente di tutto) vuoi perché manca una selezione alla base, ovvero molti comitati di lettura all’interno delle case editrici non fanno bene il loro lavoro. Non è il caso di Michele Caccamo e la sua ultima raccolta Chi mi spazierà il mare dell’editrice Zona di Arezzo, con prefazione di Alda Merini. La sua scrittura è un lavoro sull’elaborazione della separazione e del lutto, categorie che appartengono al sentimento dell’uomo e, come tali, sono da considerarsi cose profondamente umane. Nulla di lugubre, anzi, essi sono segni d’amore e significano melanconia nostalgica nei confronti delle cose che attraversano le esistenze, lasciando tracce che seppur dolorose, costruiscono memoria. In fondo la grande arte non è altro che cognizione della separazione. Michele Caccamo è un poeta a tutti gli effetti che non ha perso una qualità ormai dimenticata nel nostro Occidente, ovvero l’arte del raccontare. E il suo raccontare sfocia nella declamazione del vivere la Poesia, viverla profondamente proprio come un missionario dedica la propria vita totalmente al suo credo e alla sua missione. E la missione di questo poeta è un recupero non solo dell’importanza della parola, ma di quello che oggi il verso si trova ad esprimere e ad abitare. Gli scenari che Caccamo rappresenta nella sua metrica, rappresentano la condizione dell’uomo alla ricerca costante di un dimora che gli possa appartenere completamente: questa ricerca è un percorso che costruisce man mano nel suo svilupparsi, una grammatica della vita affettiva, ma che segue codici differenti, altri, forse inferici. Per Michele Caccamo in questa sua raccolta poetica, l’orizzonte destinale dell’uomo è segmentato per diverse categorie. Esso si trova in una condizione di vera e propria dannazione, quella propriamente biblica della condanna all’inferno, la punizione che Dio riserva alle persone non redente dal peccato. La paura più abominevole che ci sia, in quanto sofferenza “contemplativa” eterna con la consapevolezza dell’irrevocabile e assoluto diniego d’accesso al paradiso. Una sorta di perversa condizione di autocompiacimento in un’estasi (dal greco ἐξ στάσις, ex-stasis, essere fuori) della trans/valutazione dei valori, uno stato psichico patologico di sospensione ed elevazione mistica della mente, che nell’uscire fuori di sé, trova solo il baratro, e non la grazia: “ tutti gli spiriti posseduti/ sono una colonia di vandali/ che mi fanno cambiare spazio/ mi fanno trapassare/ e mi nascondono/ in un fodero santificato/ come fossi un disertore/ mi chiudono gli occhi/ mi umiliano/ e già punito/ visiono il cielo/ il vuoto aereo/ e scoppio/ come pietra luminescente/ carbonizzato/ ancora niente/ a cono dalla terra/ sparato a carne/ spirito filante” (pag. 40). E ancora: “ almeno una sporgenza/ da questo Dio/ o una fuga dalle fasce/ per uscirgli dal seno/ noi siamo ghiande/ acqua termica/ o solo piume/ ma anche corrosi o spinti/ o spruzzati come i fili/ da una pala di ventola/ in una rete a terra/ ripudiati come le feci/ noi siamo pur sempre spiriti/ di spazi santi/ anche se stiamo laggiù/ espettorati estratti/ posati nel carnaio/ in un cataclisma/ un polipaio/ noi passiamo per gli spettri/ in questo fosso di tempo/ come geometrie/ o schiere fisiche/ come particelle di carne ed ossa” (pag. 41). Michele Caccamo sa che il mondo è popolato da influssi positivi e negativi, derivati dall’eterna lotta tra gli spiriti buoni (gli angeli) e cattivi (i demoni). La lotta tra angeli e demoni influenza l’animo umano, sebbene sia l’uomo che deve respingere le tentazioni dei demoni, affidandosi agli angeli buoni. In ultima analisi, questa lotta porta ad un tal equilibrio spirituale in questo mondo cosicché è proprio l’uomo che deve decidere il suo destino spirituale: “io vorrei amare/ ma da questo fondale/ che mi confina/ non posso sentirti/ e peno”(p.37).
Stefano Donno
Amore fisico, amore metafisico, liriche pregne di vorace desiderio di corpi in movimento ma altresì dischiuse ad una idealità rara e rarefatta.
Michele Caccamo conosce bene l’irregolarità dell’ode ma seduce la conclusione di ogni verso, con ciò denuniciando ampia confidenza con il messaggio poetico.
Spaziando dall’erotismo alla furia degli elementi, dal bisogno di colloquiare alla morte, il nostro poeta irrompe nei sentimenti della gente quasi secondandoli e scoprendoli poco a poco. E lo fa anticipando con una rara introspezione i contenuti del vivere quotidiano e quasi anelando per il lettore, l’uomo, un irrefrenabile bisogno di aria, respiro, una sopravvivenza mai rinunciata.
C’è pure uno sfogo inedito per quello che il poeta scrive appartenendosi degnamente all’era dei poeti moderni e sensibili.
Alda Merini (prefazione a Chi mi spazierà il mare, Zona, 2007)
Raramente mi capita di imbattermi, in mezzo a centinaia di manoscritti, nei versi di un poeta autentico come Michele Caccamo. È una voce assolutamente singolare, al massimo mi ricorda certe poesie di Davide Maria Turoldo del primo periodo, quello, per intenderci, di Io non ho mani.
Andrea Camilleri (postfazione a Chi mi spazierà il mare, Zona, 2007)
Analogo “movimento/scambio” nel volume Il pomo e la mela di Dona Amati e Michele Caccamo: anche qui il dialogo è tra una voce e l’altra, ma le sensibilità muovono più verso una mappatura bensì ad un corteggiamento.
Si alternano le due voci (stilisticamente impaginate con il corsivo per Dona Amati, a carattere normale per Michele Caccamo) dialogando, offrendo reciprocamente frammenti, offerte, invocazioni. Il linguaggio e la formazione dei testi appare cosi più simile ad una lunghissima lettera d’amore, ad un dialogo dove ogni testo completa l’altro e guida al passo successivo ma senza incalzare: lentissimo, anche qui, lo sciogliersi, il divenire. Ognuno offre, si ritrae, porge, accetta. Ci troviamo idealmente di fronte a due corpi già uniti e nell’atto della scoperta che diviene visibile grazie al parlato, al testo che esplora – in simbiosi con gli arti – le aree, le estensioni della pelle e della sensazione che ne deriva. Non c’è frattura infatti tra atto e immaginazione, tutto diviene, tutto accade. Un’ipotesi diviene atto, ogni invocazione da eterea assume tangibilità e si posa. La risposta femminile – sollecitata da un atto maschile – diviene cosi di volta in volta sia risposta che quesito provocando un’inversione di ruolo. Non c’è confine, solo fusione, scambio. L’emozionalità femminile riporta la fermezza maschile ad un altro piano cosi come accade l’inverso, la presenza virile del maschio persuade la femminile ad esplorare il campo puramente fisico, entrando ed uscendo dalle sfere di coinvolgimento personale per duplicare, riflettere.
Tutto il volume è impreziosito dalle straordinarie illustrazioni di Maurizio Carnevali che insinuano parentesi o dettano il tempo al fluire dei versi e in apertura di libro è un micro-dialogo/scambio tra Tiziana Cera Rosco e Michelangelo Zizzi, un testo ciascuno, che funge da apripista e da prefazione poetica ai due autori.
Il pomo e la mela, la medesima cosa vista da due punti di vista: un titolo che è già premessa e suggestione e chiudo questa recensione con una ulteriore sorpresa… una nota dell’editore – a chiusura del volume – spiega la genesi del libro (che non sveleremo del tutto per lasciare un ulteriore piacere nella lettura): la formazione di questo “corteggiamento” e amalgama erotico è opera di due autori che – prima di fondersi in questo volume – non si conoscevano.
Fabiano Alborghetti
Il poeta calabrese Michele Caccamo ha presentato il suo ultimo libro di poesie Chi mi spazierà il mare ricche di accostamenti metaforici in un modo di vivere esistenziale e spirituale. Il cammino e la ricerca-missione di Caccamo, è chiaramente ciò che ogni uomo deve compiere in simbiosi con un altro di realtà ultraterrena dove si avverte la replica crudele della morte (come lui la definisce). Nel pensiero dell’Autore, forte, mistico, attraente, ardito, nel quale è insita la sofferenza come passaggio consapevole per riconoscere se stessi, c’è la poesia come mappa percettiva della sua anima. La sua vena poetica è coinvolgente d’infinito, è lo strumento nel quale immedesimarsi e rispecchiarsi, ma è anche l’esistenza che si scontra con la realtà. Nella poesia di Caccamo, si percepisce l’invito a guardarsi dentro per riuscire ad accorgersi di godere dell’infinita bellezza dell’esistenza e del suo soffio vitale. Il libro, ricco di esaltante lirica, è un affascinante viaggio in composizioni prive di titolo, nella fluida sospensione della scia infinita lasciata nell’aria, che lo segue nella speranza, mai sopita, di un seppur breve armistizio che non da pace. Quella dell’autore di questo libro di poesie, dunque, è un’operazione letteraria unica nel suo genere, ma, prima di tutto è un’opera dalla quale emerge il suo bisogno di comunicare l’arte poetica, che gli appartiene come destino naturale. A Michele Caccamo sta a cuore quel suo vulcano, da tempo emerso, dal quale fuoriesce questo “corpo di scrittura”, essenziale nelle forme e nel linguaggio, e lo si può senz’altro definire Poeta con la P maiuscola. Michele, profondo conoscitore della scrittura, si esprime, però, con una forma di linguaggio non conforme alle regole prestabilite. Si dice che la conoscenza sia libertà, ma non è priva di dolore e Michele, attraverso i suoi versi, dove emerge tutto il suo potenziale poetico, al di là di ogni mimetizzazione, pone le interrogazioni sulla vita e la morte, inevitabili per chi scrive con l’anima, e si impone, pertanto, con assoluta fedeltà a se stesso. Tutto ciò gli permette di riconoscersi in un diretto cammino multi-espressivo che ha la capacità di fermare il tempo, di raccontare i retroscena della vita, attimi di normalità privi di velo che spesso cade sugli occhi. Chi mi spazierà il mare è un libro dove il poeta sa mettersi in gioco, sa rimboccarsi le maniche e ricominciare in un processo identificativo, diventando, di fatto, protagonista del Mondo che gli dà la possibilità dell’essere e di essere unico e molteplice. Sta a noi scoprire come effettivamente il poeta è nella sua realtà, la realtà in cui emerge il suo carattere sofferto e consapevole anche dei pregiudizi che hanno l’aspetto impalpabile di sembrare deleteri, ma che sono vittorie di un uomo forte, che non cede allo sconforto, uomo padrone della sua vita. Per questo, Michele Caccamo ci rivela l’importante addottrinamento di godere dell’attimo presente che ferma il tempo. Il Mondo da lui ritratto è fatto da gente viva che vive la società, gente che affronta la comunità per essere se stessi, senza confondersi con gli altri e senza appiattirsi al punto da diventare figure apparenti, meschine che si annientano per incantare, perdendo alfine se stesse. Sono parole che dettano regole, vive davvero, simbolicamente dipinte a tinte forti e con un’anima che lotta per tenere accesa la fiammella dell’orgoglio nelle quali si solleva il rivelatore silenzio di anime la cui entità demiurgica è totalizzante. Michele racconta un mondo pieno di sogni con grande ironia e con un certo gusto anche per la dissacrazione Kafkiana, paradossale nelle costruzioni tematiche. Tutto viene ripreso dal suo occhio poetico dove la vita e la morte non è paura, né teatro della finzione.
Principia Bruna Rosco
Difficile definire Il pomo e la mela, poesia certo, ma poesia a comporre. Poesia a cantare un “romanzo” dell’erotismo a due voci, composto, disposto, definito, tessuto, ricamato e sciolto, intarsiato, placato e disteso, urlato e accudito da una voce maschile e da una femminile, che rintracciano una insospettabile (non sempre questo tipo di meccanismo riesce), un’ insospettabile, musicale armonia che delizia e sorprende. Ci sono elementi primordiali, c’è natura, ci sono vigne, terra, albe e tramonti, nei corsivi d’Amati e nella scrittura contenuta e all’improvviso capace di voli acrobatici insieme a misura di spartito, scrittura raffinata da rincorsa, c’è di tutto e di più, sottilmente nascosto, falsamente nascosto, anche negli altri brani non “obliqui” di Michele Caccamo che raccoglie e danza all’interno di un cerchio definito e aperto, indefinito e serrato di parole d’amore e desiderio. Frammenti d’un discorso erotico, voglia d’incanto, purezza da innalzare e poi da devastare, sempre senza cadute, sempre con questo motivo di musica (sinfonia? corale?) che contrassegna i passaggi, ne fa poesia da leggere in fretta, ne fa romanzo sul maschile e femminile dei nostri tempi ma anche dei tempi, tutti i tempi riuniti in questi frattempi scanditi.
C’è quel niente che fa fremere, c’è quel desiderio che sa giocare, onda e giaciglio ma anche un antico ricordo bambino (nascondino? rubabandiera?) Gli amori del tempo remoto dei baci e delle carezze, appaiono piccoli flash amalgamati, impastati da due pasticceri che sanno rendere torte e pane( parole, rime, prosa poetica) calde e fragranti, fumanti, identificazione universale e personale.
Atti d’amore. Sinuose piroette e turbamenti, fatti vedere, sussurrati, delicatamente suggeriti, suggestioni che vanno e vengono, a volte le parole, (addirittura, accade) a formare una cattedrale. Le immagini di carne che si intreccia, che si afferra, che si carezza battiti cicogna sospesa e penetrata vola come una vampa così calda come una fascia di sangue. Non è scontato. E’ un epistolario. Forse solo il titolo, Il pomo e la mela, poteva rappresentare meglio l’originalità del testo, ma è peccato veniale. Ci sono attimi e versi che amplificano un’inquietudine per renderla poi serena, passaggio segreto che sai esserci ma che puoi non sapere trovare, che sai presente, umido angolo di casa (metaforica, reale) di casa- corpo, di casa- fantasia, da condividere, da concedersi, da spartirsi con una grazia che non si ferma, in nessuna pagina, che procede fino alla fine.
Francesca Mazzuccato
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